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ARAYARA na Mídia: La Cop 30 tra delusioni e iniziative dal basso

Si è conclusa la Cop 30 (Conferenza Onu sul Clima) svoltasi a Belém, una delle città simbolo dell’Amazzonia, che avrebbe dovuto dare sistematicità ai temi di mitigazione, adattamento e investimenti ma che, ancora una volta, per l’influenza dei lobbisti (https://volerelaluna.it/ambiente/2025/11/21/cop-30-la-carica-de-lobbisti-delle-multinazionali-del-petrolio/e dei paesi produttori di petrolio, arabi in testa, ha dato frutti deludenti, malgrado la forte spinta del Presidente Lula che, da metà Conferenza in poi, ha cercato di far approvare una risoluzione contenente indicazioni concrete per la lotta alla deforestazione e per le tappe da seguire nell’abbandono dei combustibili fossili, ormai universalmente riconosciuti come la prima causa del riscaldamento del clima sul pianeta.

Il documento finale Global Mutirao Decision ricalca, in pratica, le decisioni delle Cop precedenti e di nuovo si limita a una generica esortazione a intraprendere azioni per la salvaguardia del clima, cioè conferma gli obiettivi, ma non dà strumenti. Il pacchetto di 15 decisioni adottato prevede, infatti, la “transizione giusta” (che, in una prospettiva di equità sociale, afferma l’importanza dei finanziamenti pubblici per sostenere i paesi in via di sviluppo), il riconoscimento di indicatori dell’obiettivo globale sull’adattamento climatico, i diritti dei popoli indigeni accolti anche nei programmi di lavoro, l’aggiornamento dei sussidi di finanza climatica che si auspicano triplicati per poter aiutare le economie più deboli a investire nelle energie non impattanti.

La posizione del Brasile è molto ambigua: è il 7º produttore al mondo di petrolio e si avvia a diventare il 5º entro il 2030, con l’industria estrattiva nazionale in testa a tutte le trivellazioni, che peraltro sono offshore per il 95%; nel contempo il presidente Lula caldeggia fortemente la protezione dell’Amazzonia e dei popoli che la abitano, da sempre suoi elettori. Ad essi il Governo brasiliano ha concesso la proprietà fondiaria per 10 nuovi territori dove abitano da sempre, con grande vantaggio della biodiversità poiché si è visto che le aree della foresta riconosciute ai popoli indigeni risultano più facilmente tutelate quando le tribù possono far valere la proprietà legale dei loro territori.

Al summit non hanno partecipato gli Stati Uniti a causa dell’avversione dichiarata di Donald Trump che, eletto grazie ai molti fondi profusi dalle aziende petrolifere, sta facendo una guerra senza quartiere a qualsiasi iniziativa sull’ambiente (https://volerelaluna.it/commenti/2025/11/24/cop-30-a-belem-nulla-di-fatto/). Per contro hanno partecipato praticamente tutti i popoli della terra, lasciando così gli USA completamente isolati.

L’insieme delle quasi 200 nazioni partecipanti comprende varie tipologie di raggruppamenti: i grandi inquinatori (Cina, Usa, India), che da soli causano quasi il 50% delle emissioni; nazioni a sviluppo avanzato (Usa ed Europa), che hanno contribuito nei secoli passati a produrre una gran quantità di COe metano, rimasti da allora nell’atmosfera ad amplificare l’effetto serra, i quali si erano impegnate a ridurre drasticamente l’uso dei combustibili fossili e a rinunciare al carbone; i grandi produttori concentrati soprattutto nei paesi arabipaesi in via di sviluppo, che dovrebbero ricevere dagli Stati precedenti cospicui finanziamenti per poter procedere nella transizione ecologica; piccole isole oceaniche che rischiano di scomparire fisicamente e definitivamente dalle terre emerse per l’innalzamento degli oceani. Ci sono, inoltre, i rappresentanti dei popoli indigeni e delle comunità afrodiscendenti (la cui partecipazione, quest’anno, è stata di nuovo consentita senza le gravi repressioni degli anni passati), accorsi in più di 50.000, molti dei quali ospitati da volontari e che, pur non avendo molto spazio per intervenire a livello ufficiale, hanno stabilito relazioni e alleanze proficue con una rete di attori virtuosi, per essere sostenuti con finanziamenti mirati e diretti nelle azioni di tutela e rigenerazione degli ecosistemi. Ai rappresentanti degli Stati si affiancano più di 5000 lobbisti del petrolio che appoggiano, dietro le quinte, i grandi produttori.

I popoli che hanno le più grosse difficoltà economiche spingono da tempo per aggiornare questi raggruppamenti dato che alcuni Stati come Cina e India facevano parte dei paesi in via di sviluppo, potenziali beneficiari di finanziamenti da investire sulle rinnovabili, ma ora, grazie allo sviluppo tumultuoso, sono diventate economie avanzate, di rilevanza mondiale. La Cina non è intervenuta a Belém in veste ufficiale e non vuole abbandonare il titolo di “paese in via di sviluppo” per continuare a sfruttare le sue miniere di carbone che, per ora, coprono circa il 60% del fabbisogno energetico, ma nel frattempo la potenza di energia da rinnovabili installata quest’anno nel Paese supera il totale di tutti gli altri Stati del mondo messi insieme. Il 70% delle tecnologie pulite sul mercato è cinese e la Cina sostiene molti paesi africani nell’abbandono dei combustibili fossili fornendo loro pannelli solari e pale eoliche.

I risultati della 30ª Conferenza, seguita dal G20 in Sudafrica, sono deludenti: nella dichiarazione finale non si cita nemmeno il termine carburanti fossili, manca una road map, un calendario di tappe obbligate per la decarbonizzazione e la tutela delle foreste. Anche l’impegno di triplicare i fondi per l’adattamento, arrivando a 120 miliardi di dollari per il 2035 con la finanza climatica più vicina ai paesi vulnerabili, pur positivo non è vincolante.

A margine dei negoziati ufficiali si sono stabiliti importanti trattati ed esempi virtuosi per investire in una reale transizione energetica e rafforzare il sostegno ai Fondi per perdite e danni (damage & loss fund). Più di 80 paesi si sono impegnati a investire sempre più in fonti energetiche pulite alternative al fossili. Tra questi molte nazioni africane, che hanno verificato come l’uso di tecnologie per l’energia rinnovabile abbatte drasticamente le spese dello Stato rispetto all’importazione di gas e petrolio. Alcune nazioni si sono impegnate con gli Stati detentori di grandi foreste per fornire alle comunità che le abitano capitali da gestire in modo diretto e autonomo per rendere la finanza climatica accessibile e commisurata ai bisogni dei paesi vulnerabili, attivandosi inoltre per avere un mercato del carbonio trasparente e tracciabile. Molti Stati si impegnano ad allineare le proprie leggi alla sfida climatica e riconoscere la propria responsabilità anche nel caso di importazione dei prodotti ottenuti da deforestazione illegale.

Arayara, associazione che si occupa di fornire aiuto legale alle vittime delle società minerarie e petrolifere, grazie alla visibilità globale di Belém, ha potuto allargare la sua influenza. Cosa particolarmente rilevante perché nell’ultimo anno sono scomparsi 146 attivisti/e, dal 2012 ben 2.253 donne e uomini assassinati o fatti sparire, di cui 413 in Brasile e 509 in Colombia. Alla Cop 30 era presente anche C40 Cities, una rete di grandi città impegnate direttamente per la salvaguardia del clima, mediante la definizione di interventi mirati, lo scambio di esperienze, l’individuazione di obiettivi concreti di decarbonizzazione anticipando le leggi del proprio Stato, in particolare quelli di dimezzare l’uso delle fonti fossili entro il 2030 e di presentare un bilancio climatico utile per una valutazione politica pubblica del livello di emissioni, con un controllo rigoroso e l’uscita dal gruppo di chi non rispetterà i parametri. Per esempio, a Los Angeles e Varsavia sono stati chiusi, rispettivamente i pozzi di petrolio e le miniere di carbone, accompagnando i lavoratori a trovare una nuova occupazione, così da salvaguardare gli aspetti sia ambientali che sociali dell’Agenda ONU 2030. In moltissime realtà le pratiche virtuose sono già iniziate. Con iniziative dal basso. In Italia c’è la Rete di Comuni Sostenibili e in Europa la Rete di Città per il Clima Comune. Tutto questo conferma che ci sono gruppi di cittadini, molti dei quali giovani, consapevoli dell’urgenza di intervenire in concreto per fermare il riscaldamento globale che ha superato per la prima volta la soglia critica di 1,5° C.

La Colombia con Panama e Uruguay ha più volte espresso la sua contrarietà a un documento debolissimo che non tiene conto dell’urgenza della crisi climatica, e così ha organizzato con i Paesi Bassi e tutti coloro che vogliono agire da subito per un’uscita dai combustibili fossili, la First International Conference on fossil fuel phaseout che si terrà in aprile 2026 a Santa Marta Colombia. Si tratta di vedere come andrà a finire in questa lotta impari che fa capo all’attuale iniquo sistema capitalistico, tra chi si spende per tutelare la natura e il pianeta e chi, tenendo in mano le leve del potere, sperpera risorse, vite, bellezza in pratiche e guerre che portano guadagni a pochissimi, distruzione di estesi ecosistemi, estinzioni di specie, difficoltà di sopravvivenza per la maggior parte dei popoli del mondo.

Fonte: Volere La Luna

Foto: Reprodução / Tânia Rego / Agência Brasil

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